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Racconto itinerante con Enrico Brizzi

Martedì 30 aprile 2013 Enrico Brizzi, presidente di Giuria del Premio ITAS, ha preso due giorni di pausa dal suo viaggio a piedi “Giro delle Tre Venezie", intrapreso con gli amici Psicoatleti, per partecipare alla proclamazione dei vincitori del Premio ITAS. Quale migliore occasione per ascoltare dalla sua viva voce, scendendo insieme verso Trento dal Rifugio Maranza, i racconti del viaggio in corso? Leonardo Bizzaro, giornalista e appassionato di montagna, ha aiutato i partecipanti a fare la sua conoscenza.

Il racconto di Lorenzo Carpanè, giurato del Premio ITAS e formatore di Palestra della Scrittura:

Alle otto e trenta del trenta del quattro, trentatré trentini (e non) uscirono da Trento. Trotterellando?

No, e neanche camminando, a dire il vero. Su per le erte salite che conducono alla Marzola, via Passo del Cimirlo, con un più prosaico mezzo meccanico addetto al trasporto persone (bus), un’allegra comitiva, di giovani o di altri che giovani lo sono stati, è arrivata al rifugio.
Il Rifugio è il Maranza, che non c’entra con la paranza, dacché non è una danza.
Alle nove (e trenta, ovviamente), sfidando gli elementi della natura, sotto una pioggerellina autunnale e una nebbia che agli irti colli saliva e poi scendeva, un po’ come le pareva, la brigata ha iniziato la discesa ad urbem Tridentum, sotto l’audace e granitica guida di Presidente e Direttore della SAT (Società degli Alpinisti Tridentini, i parenti locali del CAI).
Cronaca di una discesa annunciata? Non solo.
Cronaca di un cammin facendo. Cioè, per dirla in altre parole, diario di una discesa, un po’ scoscesa in principio, ma poi morbida come le curve di una pin-up, in cui il Brizzi Enrico da Bologna, camminator cortese e valente scrittore, ha amabilmente colloquiato con i discendenti (intesi come coloro che con lui discendevano). In ciò validamente sostenuto dal Bizzaro Leonardo, trentino transfugato all’estremo ovest della Padania, tra i Savoiardi (o tra i torinesi, falsi e cortesi, come dicono di se stessi).
E tra la pioggerellina aprilante e qualche timido raggio di sole, il Bizzaro ha fermato qua e là il Brizzi (affinità elettive di bi e di zeta?) a chiedergli del come e del perché del viaggiare cammin facendo, come sta facendo il Brizzi per le Tre Venezie.
Tre Venezie, che starebbero insomma per la Venezia Giulia (più il Friuli, a formare la regione), il Veneto e l’altra Venezia, la Tridentina. Che a qualcuno non piace, per via di qualche vago sentore d’età fassista. Ma de minimis non curat praetor. Quindi, avanti.
Il fatto gli è che il Brizzi, andando lento pedibus calcantibus, di strade ne ha percorse, intra ed extra patriam, e ne ha sempre riportato impressioni ed espressioni che valgono la pena di essere lette (se scritte) o viste (se filmate).
Camminare è fatica. Come scrivere. Camminare è incontri. Come scrivere. Camminare è misurare il tempo e lo spazio con pazienza. Come scrivere. E come vivere.
Di questo e d’altro, sulle similitudini e dissimilitudini tra l’ars scribendi e l’ars vivendi ha intrattenuto noi concamminanti. A dire il vero il povero Brizzi ha intrattenuto anche radioascoltatori che via mano-macchina (come i cinesi chiamano il cellulare) lo hanno potuto ascoltare.
Meno male che dalla Maranza non c’è mai mancanza d’acqua. Non sotto specie di pioggia, ma anche sotto forma di chiara fontanella, con cui de-seccare (togliere la secchezza) all’ugola.
E così di palo in frasca la truppa se n’è scesa dal monte. Parlando, ascoltando, pensando. Ma anche odorando le fresche frasche, udendo il fruscio che fan le foglie, sentendo sui lacerti di pelle esposti all’aere il lento depositarsi delle particelle nubilose. Oltre che sentendo l’appiccicarsi delle magliette al derma, per via dell’umido tropicale. Con relative effusioni olfattive.

Già, ma tutto questo perché?
Perché il Premio ITAS del libro di Montagna è anche questo: ascoltare, camminare, raccontarsi le cose. Piccole e grandi. Per capirlo, non è necessario salire e scendere l’Everest o l’Elbrus. Basta la Marzola.
Basta che ci sia qualcuno che abbia voglia di organizzare, tanti che abbiano voglia di seguire e partecipare.

In fondo, scendere dal Maranza, è stata sì una danza. Dell’animo e del pensiero, che hanno goduto, nel lento movimento dei passi che, a ritmo diseguale, scendevano componendo una sinfonia concorde, come una tardiva pioggia nel pineto.
Fino a tornare tra coloro che non avevano scarponi addosso. O meglio, qualcuno sì: per fortuna, tra film e libri di montagna, in un città che dai tre denti è circondata, di gente che ama l’altezza (di monti, animo, scrittura) ce n’è. E si sente.